Scienzartambiente. Per chi sa di non sapere…

Nasce a Pordenone il primo Festival dell’innovazione didattica

(Di seguito si pubblica il testo dell’articolo – “Progettiamo la scuola che verrà” – pubblicato sul Messaggero Veneto del 30 ottobre, per raccontare il nuovo corso di una storica iniziativa che da quest’anno ho l’onore di coordinare, con l’intento di pensare insieme e in concreto evoluzione didattica delle scuole italiane.

Assistere a un cambiamento radicale da involontari protagonisti non è sempre un aiuto per capirlo al meglio. A volte, infatti, è più facile guardare le cose a distanza, come fa lo storico o il paleontologo. E avere così il tempo necessario per analizzare i dettagli, cogliere i nessi e attrezzarsi dunque al meglio per comprendere quegli snodi e quelle svolte che inaugurano o chiudono intere epoche della storia.

Tuttavia, a ben vedere, nessun vero cambiamento ci coglie mai preparati. Se così fosse, dopotutto, non sarebbe tale. Si pensi, per esempio, all’evoluzione della tecnologia e alla velocità con cui l’interazione con tali strumenti sta effettivamente riscrivendo modi e tempi delle nostre comunicazioni e delle nostre relazioni. Oltre che, ancor più in profondità, del nostro stesso modo di pensare. È un evento che dobbiamo affrontare nel suo manifestarsi.

Come diceva il filosofo Otto Neurath, siamo su nave che dobbiamo imparare ad aggiustare rimanendo in mare aperto: non c’è possibilità di approdo. Lui si riferiva in particolare al mestiere del ricercatore, ma ognuno di noi diventa, a suo modo, un piccolo ricercatore nel momento in cui deve provare a cercare soluzioni per questioni e problemi che non può più in alcun modo aggirare.

Certo, qualcuno si illude ancora di potersi rifugiare in un qualche “porto quiete” (la tradizione, una idea di natura, ecc.) contrapposto all’insidioso artificio delle macchine; qualcun altro, invece, prova a prendere atto del fatto che le macchine sono qui per restare. E dunque, tanto vale sforzarsi di immaginare forme di “convivenza sostenibile”.

In altre parole, si tratta di scegliere: tra l’illusione, per molti versi rassicurante, che esista un modo autentico e incorrotto di abitare il mondo; e, invece, la consapevolezza, sicuramente più destabilizzante, che ciascuno di noi è il prodotto di un lungo percorso scandito anche dagli strumenti con cui, di volta in volta, la nostra specie ha imparato ad adeguarsi ai contesti e alle circostanze che il caso le ha riservato. Tertium non datur…

Inevitabilmente, di fronte a questo bivio si trova anche chiunque, direttamente o indirettamente, abbia a che fare con la scuola. Le tecnologie di ultima generazione, infatti, hanno cominciato a filtrare persino nelle aule degli istituti italiani. E in ogni caso, il digitale costituisce ormai un orizzonte di relazioni e di significati che, senza soluzione di continuità, va sempre più a integrare quella che non pochi adulti si ostinano a definire “realtà” della vita, contrapponendola alla “virtualità” della tecnologia.

Tanto vale, allora, iniziare a pensare che a volte, specie di fronte alle sfide più complesse e articolate, il buon senso (comune) non basta più. E, paradossalmente, raccomandare – per esempio – un uso “moderato” di quelle macchine che per alcuni rischiano di “smaterializzare” vite e valori potrebbe anche rivelarsi un boomerang, più che una strategia salvifica.

È proprio a partire da considerazioni come questa che, quando mi è stato chiesto di immaginare un’evoluzione possibile per Scienzartambiente, ho ritenuto che valesse la pena di provare a progettare insieme (studenti, docenti, ricercatori e cittadini) la scuola che verrà. Persuaso che fosse un’urgenza civica, prima ancora che un tema possibile per un festival.

Insieme, certo! Perché la scuola si può ripensarla solo unendo esperienze e competenze tra loro diverse, ma complementari. È progetto politico, nel senso più nobile del termine. Attorno a un’idea di scuola, infatti, si può provare a ridisegnare la polis. E un progetto di polis è quantomeno un’ipotesi di futuro plausibile.

Scienzarteambiente, in questo senso, non nasconde l’ambizione di diventare in breve tempo un crocevia dell’innovazione didattica – ovvero, un punto di incontro irrinunciabile per chiunque, in Italia, abbia il desiderio e la convinzione di tornare a scommettere sull’istituzione scolastica e sulla sua funzione di agenzia culturale. Il tutto costruendo anche una rete di contatti, confronti e collaborazioni con le eccellenze didattiche presenti su tutto il territorio nazionale.

E avendo ben chiaro in testa – per dirla con il filosofo John Dewey – che il nostro compito è ora quello di “accertare in che modo la conoscenza del passato può essere trasformata in potente strumento per agire sul futuro”.

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