“Quando il Leviatano della burocrazia scolastica stronca l’innovazione didattica” (per Wired.it)

Al Cobianchi di Verbania, mezzo secolo di sperimentazione buttato al vento da miopi  “ottimizzazioni” burocratiche

Homo sapiens aveva da poco lasciato la sua impronta sul suolo lunare e ancora vent’anni dovevano passare prima che crollasse il muro di Berlino, quando un gruppo di insegnanti dell’Istituto “Lorenzo Cobianchi” di Verbania cominciò a interessarsi di ricerca e sperimentazione didattica. In breve tempo le iniziative e i progetti messi in campo si rivelarono autentiche frontiere di riflessione su metodi e pratiche di insegnamento e di apprendimento, al punto che – già nel 1974 – l’allora Ministro della Pubblica Istruzione, Franco Maria Malfatti, individuò in quella squadra di innovatori un nucleo di preziosi formatori insieme a cui provare a dar forma e sostanza al rinnovamento della secondaria superiore, nella prospettiva di una riforma complessiva. Fu questo il contesto in cui si originò l’“Indirizzo di Scienze Umane e Sociali”, tra i primi a sviluppare esperienze di modelli di “scuola in rete” – sia a livello regionale che nazionale. Il tutto con l’obiettivo di far emergere e condividere le competenze disciplinari e le abilità progettuali di docenti afferenti a diverse realtà scolastiche sparse sul territorio.Fu questa la “nicchia ecologica” dentro cui un’assemblea affiatata di docenti del nuovo “Liceo delle Scienze Umane”, raccogliendo il testimone delle esperienze e dei successi passati, cominciò a pensare in grande, nella convinzione che l’innovazione è  un po’ come la rivoluzione: o è permanente, o non è… Si attivarono contatti e relazioni con università, fondazioni e centri di ricerca in modo da organizzare un monitoraggio scientifico delle buone pratiche che andavano plasmandosi in quella “scuola-laboratorio”.In particolare, dagli anni Ottanta le ricerche si sono concentrate sulle modalità di apprendimento degli adolescenti; negli anni Novanta – seguendo la linea di ricerca di Franco Fornari, poi sviluppata da Gustavo Pietropolli Charmet e dal gruppo della cooperativa Minotauro di Milano – i docenti del Cobianchi hanno lavorato alla “costruzione e manutenzione del gruppo classe”, realizzando progetti specifici: come Mimicry – volto all’acquisizione del “ruolo studente”. E così via… Dalla formazione di peer educator in grado di gestire e prevenire i fenomeni di bullismo, alla costruzione di Alicesvegliati(un sito progettato e gestito dagli studenti con gli insegnanti nel ruolo di tutor competenti coordinati da Charmet); dallo sviluppo del progetto Odisseo per l’acquisizione di una sensata strategia di ricerca in rete e per la costruzione delle mappe concettuali, alla collaborazione con il gruppo di ricerca dell’Università di Milano Bicocca guidato da Paolo Ferri; i docenti del Cobianchi, prima di molti altri, hanno cercato di affrontare culturalmente le sfide delle nuove tecnologie, sperimentando modelli didattici in grado di gestire una realtà (scolastica) aumentata. L’ultimo capitolo di questa lunga storia di studio e innovazione è il progetto CobiPad: dal 2012, due classi del Liceo hanno adottato una didattica “flipped” (“ribaltata”); ovvero, una strategia di insegnamento volta a trasformare le consuete lezioni trasmissive in percorsi di ricerca attiva. Il tutto, rinunciando ai tradizionali manuali e producendo griglie e contenuti di lavoro funzionali alla progettazione di un piano didattico effettivamente aumentato e sostenuto dalle tecnologie. Quest’ultima “avventura” – monitorata anch’essa dall’Università di Milano Bicocca – è tutt’ora in corso. Ma, nonostante gli ottimi risultati ottenuti (e documentabili), non avrà vita lunga. Imperscrutabili ragioni di “dimensionamento scolastico” hanno infatti portato alla chiusura del Liceo di Scienze Umane Cobianchie, conseguentemente, allo scioglimento dell’équipe di docenti protagonisti della sperimentazione degli ultimi decenni. Raccolte di firme di genitori, manifestazioni di piazza degli studenti, la ripetuta richiesta di aule da affittare in altri edifici: nulla è servito a far desistere il Leviatano della burocrazia scolastica. Incurante ottimizzatore del nulla e ossequiante sacerdote del non senso, il Leviatano non ha saputo (e non ha voluto!) custodire e promuovere un patrimonio di competenze e di esperienze maturato in decenni di lavoro. Per resistere a tale devastante miopia, un ristretto manipolo di quei docenti ha deciso di fondare un’associazione (ARIED, Associazione per la Ricerca Educativa e Didattica), con lo scopo di riprendere la ricerca e supportare la formazione professionale di quei colleghi che credono nel loro mestiere e non accettano di farsi ridurre dal Leviatano – come avrebbe detto il filosofo e matematico Edmund Husserl – a obbedienti “funzionari dell’umanità”. Di loro tornerò a parlare presto, magari in questa stessa sede. Fin da ora, però, ritengo importante prendere atto di ciò che questa vicenda emblematicamente testimonia.  L’intelligenza, la determinazione e la passione di certi docenti e di certi dirigenti può ancora avere la meglio sulla penuria di risorse assegnate alla scuola. Ma contro l’insipienza del Leviatano, da soli non ce la possono fare. Raccontare storie come questa, non è quindi solo un esercizio di cronaca. Ma rappresenta anche il tentativo, per quanto insufficiente, di far conoscere (e dunque sostenere) quegli individui e quei progetti che, tra mille ostacoli e impedimenti, riescono ancora a tenere in piedi la scuola italiana.

Link a Wired: http://www.wired.it/internet/web/2015/04/23/quando-leviatano-burocrazia-scolastica-stronca-linnovazione-didattica/

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