“Quando Leopardi sembra Baglioni” (per Wired.it)

“Il punto sarà persuadere la Terra di andare attorno”, rispose l’Ora Prima al Sole. Ma il grande astro non sentiva ragione: si era stancato di girare senza posa “per far lume a quattro animaluzzi, che vivono in su un pugno di fango, tanto piccino”.

Inoltre, aveva imparato dai filosofi della natura – quelli che oggi chiamiamo scienziati – a cercare di ogni azione le “buone ragioni, e che sieno di sostanza”. E siccome non ne aveva trovata alcuna sufficiente ad “anteporre alla vita oziosa e agiata la vita attiva”, non vedeva il perché dovesse continuare ad affaticarsi e non invece la Terra al suo posto.
Così, il Sole immaginato da Giacomo Leopardi fece convocare al suo cospetto Copernico, perché rivoluzionasse con “la potenza della filosofia” un ordine celeste irragionevole e immotivato.

Gusti personali e formazione professionale a parte, fatico a intendere come si possa comprendere il “pessimismo”leopardiano senza dare il giusto peso alla sua dimensione “cosmica” – o, per meglio dire, cosmologica.
Pensavo, forse troppo ottimisticamente, che la lezioncina sulla “natura matrigna” costruita sullo stereotipo biografico del genio incompreso, provato dalla malattia, oppresso dalla famiglia e disgraziato in amore, avesse fatto il suo tempo. E credevo anche – almeno fino a ieri sera, prima di andare a vedere Il giovane favoloso di Mario Martone – che, dai banchi di scuola agli schermi cinematografici, fosse ormai acquisito il nesso tra il tormento esistenziale del poeta di Recanati e l’immagine di una natura (scientificamente) spogliata delle cause prime e dei fini ultimi, come è quella che emerge a seguito la rivoluzione, per l’appunto, copernicana.

Già, infatti, il Copernico di Leopardi in risposta alle richieste delSole di scardinare la Terra dalla sua quiete, non si limita a elencare le difficoltà tecniche dell’impresa. Ma spiega anche che le conseguenze di quel gesto “non apparterranno alla fisica solamente”, dal momento che esso “sconvolgerà i gradi della dignità delle cose, […] scambierà i fini delle creature”.
E quindi – prosegue il canonico polacco – “ne risulterà che gli uomini, se pur sapranno o vorranno discorrere sanamente, si troveranno essere tutt’altra roba da quello che sono stati fino a qui, o che si hanno immaginato di essere”.

Non si pretende, ovviamente, di diluire dolori e sfortune di una vita nell’astrazione di una visione filosofica; ma al contrario di rintracciare un’importante matrice di quella amara e lucida disillusione in un pensiero profondo che molto deve al modo in cui i filosofi della natura, a partire dalla fine del secolo XVI, hanno imparato a leggere il Grande Libro del Mondo.
Evidentemente, si può continuare a far finta di nulla. E’ indubbiamente più facile, a scuola come al cinema, continuare a naufragare – più o meno dolcemente – in un sentimentalismo domestico (e molto italico) che non va molto oltre il “passerotto” (solitario?) del Sabato pomeriggio di Claudio Baglioni, per non dire del peggior Marco Masini, alla ricerca – anche lui a suo modo – di un “mare dove naufragare”.

Così come è persino più consolatorio (oltre che furbo) – specie in un paese in cui superstizione e pseudoscienza serpeggiano sinistre e incontrollate – nascondere la passione e la considerazione di Giacomo per la scienza e per la tecnica dietro la sua accesa polemica contro l’ideologia del progresso.

Confesso che da un regista raffinato e capace come Mario Martone mi aspettavo qualcosa di più. So bene che un film è diverso da un trattato accademico e che, dopotutto, “la pappa del cuore” – così Hegel chiamava le emozioni a buon mercato – vende bene.
Tuttavia, ieri sera entrando al cinema, mi auguravo che almeno qualcuno dei classici stereotipi somministrati a generazioni intere di studenti potesse essere scalfito.

Peccato, sarebbe stata davvero una bella occasione, oltre che uno sforzo tanto impegnativo quanto meritorio. Perché, proprio come insegnava quel giovane favoloso“è ben più facile insegnare una verità, che stabilirla sopra le rovine di un errore; è ben più facile l’aggiungere che il sostituire”.
E qui pare che ci si debba accontentare delle rovine di un errore. E forse più di uno.

Buona visione.

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