La creatività e i suoi strumenti digitali

Note per una fenomenologia dello “scambio evolutivo”

Articolo pubblicato nel n. 46 (Giugno 2015 . Anno XXIV) della rivista Quaderni di Orientamento della Regione Autonoma del Friuli Venezia Giulia.

 

A margine di una conferenza tenuta qualche mese fa in un istituto scolastico romano e dedicata alla filosofia della tecnologia, una professoressa mi ha reso partecipe di una sua reale preoccupazione. Il timore di quella docente di letteratura italiana e latina (con la passione per l’informatica) era che il costante incremento e l’incontrollata diffusione di device digitali sempre più performanti potesse inaridire la creatività, in particolare dei più giovani. In altre parole – e senza inciampare in ingenue ansie tecnofobiche – l’insegnante in questione temeva che l’esternalizzazione del sapere in protesi e supporti digitali se da un lato avrebbe inaugurato un nuovo orizzonte di opportunità concrete e pragmatiche (velocità nella comunicazione, inedite possibilità di condivisione, interazione di contenuti, ecc.); dall’altro, invece, avrebbe portato a una delega della creatività umana agli schemi operativi e preconfezionati resi disponibili dal fiorente mercato delle app.

L’osservazione è profonda almeno quanto grande è il rischio che prospetta. Nella questione, così come è stata posta, si tratta infatti di comprendere se il prezzo da pagare per esternalizzare e condividere contenuti e pratiche di lavoro (o di studio) sia effettivamente l’introiezione di schemi e mappe concettuali prodotti a tavolino dall’industria informatica.

Una tesi analoga è stata di recente presa in esame da Howard Gardner, docente di Scienze cognitive e dell’educazione e di Psicologia alla Harvard University. Nel suo recente Generazione  app. La testa e i giovani e il mondo digitale (Feltrinelli, 2014), lo scienziato statunitense – insieme alla sua collaboratrice Katie Davies – osserva appunto come “i giovani di quest’epoca non solo sono immersi nelle app, ma sono giunti a vedere il mondo  come un insieme di app e le loro stesse vite  come una serie ordinata di app – o forse, in molti casi, come un’unica app che funziona dalla culla alla tomba”. Gardner, nel suo libro, racconta addirittura di un giovane che al termine di una sua conferenza gli ha chiesto: “Perché nel futuro dovremmo avere bisogno della scuola? […] In fondo la risposta a tutte le domande sono contenute in questo smartphone, o presto lo saranno”.

Certo, alla luce di domande come queste pare più che plausibile il timore della docente romana. Non solo, sembrano tornare di scottante attualità anche le parole di Keith Haring sulla “estetica delle macchine”. Nel suo Diario (Mondadori, 2008) il celebre artista scriveva nel merito: “i computer hanno un senso estetico? I modelli dell’estetica possono essere programmati e inseriti da un computer così da farlo ragionare e prendere decisioni sulla base di criteri estetici?” In queste righe Keith non intendeva tanto prefigurare il futuro dell’espressione artistica dominato e controllato dalle macchine. Piuttosto, cercava di sollevare una questione antropologica più sottile, sottesa al complesso rapporto che vincola strettamente tra loro i mondi dell’arte e quelli della tecnologia.

“La nostra esistenza – annotava, infatti, qualche riga più sotto – l’individualità, la creatività e persino le nostre vite sono minacciate da questa estetica delle macchine”. Per dirla in breve, in gioco pare ci sia la nostra libertà stessa di pensare e di agire quando le macchine procedono sicure verso la conquista e l’occupazione della nostra creatività. Occorre dirla tutta. Se davvero la nostra creatività è in pericolo, la nostra libertà (di conseguenza) non se la passa benissimo…

Il tema è complesso e la posta in gioco importante. Ed è proprio in casi come questi che la via più breve per provare a venire a capo di un problema tanto articolato è quella di prenderla un po’ alla larga. Almeno quanto basta per riportare il problema alla sua origine. Se c’è una cosa che la filosofia ha in comune la medicina (e con la scienza più in generale) è proprio questo: cercare di risalire dai sintomi evidenti alle cause probabili.                                                                                                                         Per continuare a leggere l’articolo, si rimanda alle p. 10-13 di Quaderni di Orientamento, e  alle pp. 10-13.

 

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